Heinz von Foerster sbarca in America (1949)

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23 novembre 2012 di Andacht

Si verificò allora un’incredibile coincidenza. Fui invitato da parenti e amici che si trovavano negli Stati Uniti ad andarli a trovare. Era il febbraio del 1949. Ottenni così il visto turistico che consentiva di rimanere negli Stati Uniti per un mese o due e naturalmente portai con me il famoso libretto sull’interpretazione fisiologica della memoria [Sulla memoria: un’indagine di teoria quantistica, 1948], e lo spedii a tutti i miei amici e a tutti i miei parenti che si trovavano negli Stati Uniti. Otto giorni dopo mi trovavo con un gruppo di conoscenti, a New York, quando ricevetti un telegramma da un mio carissimo amico di Chicago, che diceva: “Heinz, vieni subito a Chicago, c’è una persona che vuole parlare con te”. Presi allora un volo notturno per Chicago. Era naturalmente un aereo a elica, delle Capital Airlines, partiva da New York all’una di notte, arrivava a Chicago alle sei di mattina, e costava 18 dollari all’epoca. Era leggermente meno caro dell’autobus, che costava 19 dollari e impiegava un giorno e mezzo. La mattina andai a trovare i miei amici, che non vedevo da circa vent’anni. Ed essi mi presentarono un signore dall’apparenza assai solenne, molto alto, con la barba, gli occhi azzurri e i capelli grigi. Questo signore era Warren McCulloch. A quei tempi il mio inglese era composto da circa 9 o 11 parole, e quindi potevo pronunciare qualcosa come 256 frasi o giù di lì. Quando fui presentato a McCulloch questi mi disse: andiamo nel laboratorio e discutiamo la vostra memoria. E iniziammo a parlare. Io cercai di permutare le mie 11 parole, mentre McCulloch possedeva un vocabolario shakespeariano. I miei amici naturalmente fecero da traduttori. Ma la cosa fantastica fu che in qualche modo ci comprendemmo, che non ci fraintendemmo, e che ottenemmo un grande risultato. Negli Stati Uniti avevano condotto molti esperimenti e risultati sperimentali. Io, a Vienna con i russi, non avevo potuto fare molti esperimenti, ma avevo potuto costruire una teoria. Avevo così ottenuto molti dati, e questi dati erano esattamente gli stessi che avevano ottenuto negli Stati Uniti, dove non avevano una teoria.
Fu un incontro meraviglioso. Alla fine, mentre parlavo con Warren McCulloch e con i miei amici, udii che l’altoparlante diffondeva una sorta di annuncio che non capivo ma che comunque diceva qualcosa del tipo di “Mr. von Foerster”. Chiesi se stesse parlando di me, e gli altri mi risposero di sì, ma che non era importante. Poi sentii di nuovo il mio nome e chiesi: “Ma che cosa dicono, in verità?” “Dicono soltanto che ci sarà un seminario oggi pomeriggio.” “Molto interessante,” risposi. “E chi parlerà?” “Voi!” Il problema era dunque di tenere un seminario con le 13 parole che in quel momento possedevo di inglese, e con 13 parole si fanno qualcosa come 569 frasi. Fortunatamente il pubblico era composto per lo più di immigrati tedeschi e austriaci che avevano trovato rifugio negli Stati Uniti, i quali mi poterono così tradurre. Le cose andarono bene. E successivamente Warren McCulloch mi presentò ai vari dipartimenti dell’Università dell’Illinois, i quali mi invitarono a rimanere a Chicago.
Alla fine di quello stesso giorno Warren McCulloch mi disse: “Heinz tu devi presentare le tue ricerche a un gruppo di persone che sarebbero assai contente di ascoltare quello che dici. E ciò avverrà a New York fra una settimana”. […] Quando finiii il mio intervento uscii dalla stanza perché doveva tenersi una discussione di lavoro. Quando rientrai mi dissero: “Avete presentato un intervento estremamente interessante, ma il vostro inglese è pessimo”. “Lo so, sono negli Stati Uniti soltanto da 14 giorni”. “Abbiamo pensato che c’è un modo per migliorare il vostro inglese assai velocemente”. “Sì, ma come?” risposi. “Vi abbiamo nominato curatore dei nostri atti”. Il procedimento è tipicamente americano. Date la maggiore responsabilità nell’impresa alla persona che ne sa di meno, proprio perché deve imparare. Ed ebbero ragione. Tre settimane dopo ottenni il malloppo delle trascrizioni, comprai due dizionari voluminosissimi e mi trovai curatore degli interventi di Gregory Bateson, di Margaret Mead, di John von Neumann, ecc. Nel mese di settembre il mio inglese aveva raggiunto le 1250 parole circa, e immaginatevi allora quante frasi avrei potuto formare. In ogni modo fu questa la mia iniziazione in quel gruppo. Alla fine dell’incontro in cui mi avevano nominato curatore mi rivolsi a tutti quelli che sedevano attorno alla tavola: “Signore e signori, io non riesco neppure a pronunciare il titolo dell’incontro – ‘Meccanismi circolari e retroattivi nelle strutture biologiche e sociali’ – dei cui atti dovrei essere il curatore. In questo modo nessuno li leggerà, e nessuno li comprerà…” In quel momento sapevo già che Wiener aveva pubblicato il suo libro sulla cibernetica, per cui proseguii: “In quanto curatore, propongo di utilizzare il titolo di Cibernetica per gli atti di questo incontro”. Tutti applaudirono e approvarono l’idea. E a quest’applauso Norbert Wiener si commosse a tal punto che gli vennero le lacrime agli occhi e dovette uscire dalla stanza. A tal punto fu colpito dal fatto che a tutti piacesse la sua idea di cibernetica!

Tratto da: Heinz von Foerster, Cibernetica ed epistemologia: storia e prospettive, in La sfida della complessità, a cura di G. Bocchi e M. Ceruti.

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