Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure (1975)

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23 dicembre 2012 di Andacht

Akira Kurosawa gira un film dai molteplici contenuti, stilistici e filosofici, tanto completo da essere stato assunto a capolavoro del cinema. La storia, innanzi tutto, è raccontata attraverso la voce narrante del protagonista russo, Arsenijev, necessaria ad aiutare lo spettatore a comprendere il significato metaforico di molte sequenze ed immagini (“Come è fragile l’uomo, debole e piccolo”) nelle quali i protagonisti sembrano muoversi come attori di teatro, su un palcoscenico che è la Natura, sempre incombente, a volte furiosa, a volte amabile e divertente (fuoco, acqua e vento sono per Dersu alla pari di tre uomini forti, e Kurosawa riesce a mantenere tutto questo in un’unica, stupenda, inquadratura). La natura ostile, nella quale l’uomo affonda il piede e si trascina, è il mondo dal quale l’essere umano fugge per rifugiarsi in una civiltà, rappresentata dalla vita di città, che in realtà non è altro che un insieme di leggi privative (non si può raccogliere l’acqua, non si può tagliare la legna, non si può dormire in una capanna o sotto le stelle).

La fotografia contribuisce a mantenere viva la presenza degli elementi naturali, mettendo in risalto dettagli davanti all’obiettivo e facendo in modo che ogni angolo dello schermo sia invaso da una forza del linguaggio che solo l’ambiente naturale è capace di mostrare, zittendo l’uomo ed avvolgendolo in se stesso. Importante anche la scelta del linguaggio che il regista sceglie di adottare per il personaggio di Dersu, storpiato del suo senso grammaticale e necessario a mantenere il senso di differenza culturale (cosa che non avviene invece quando incontrano gli Jambao, che parlano la stessa lingua di Arsenijev, pur essendo questi cinesi ed il capitano russo). Uso misurato della musica che sfrutta un motivo allegro e non contestuale solo quando il capitano Arsenijev affronta i ricordi osservando le foto scattate in compagnia di Dersu (la fotografia è ricordo, il cinema, un insieme fluido di memorie, il cinema rivolto al passato, la somma predilezione di questo regista). Infine, Kurosawa non rinuncia a metafore e visionarietà che, con il proseguire della sua carriera spesso esaspererà, soprattutto nella scena della notte d’inverno nella quale fa la sua ultima apparizione la tigre, lo spirito Kanga della giungla (sovrappone alle immagini una fluorescenza che enfatizza la metafora ed il sogno). Commovente il senso di amicizia che persuade Dersu dal lasciare cibo anche agli sconosciuti e con il quale si confronta il grande senso di amicizia e rispetto del capitano russo.

Fonte: cinemah.com

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