Walter Pitts, un genio on the road (1923-1969)

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8 febbraio 2013 di Andacht

W. Pitts

Il talento di Pitts era di un genere particolare; autodidatta di formazione, era noto per la capacità di apprendere in pochi giorni il contenuto di un intero manuale di argomento a lui del tutto nuovo. A soli vent’anni la sua approfondita, precisa e completa conoscenza e padronanza della logica matematica, della matematica, della fisiologia e della psicologia fisiologica, eguagliava già quella degli accademici di ciascuna di quelle discipline. Aveva studiato e assimilato il pensiero dei principali filosofi occidentali e ne apprezzava le sottili sfumature, continuando con loro “conversazioni” nelle quali McCulloch e amici fungevano da terzo o quarto attore. Il suo ragionamento logico, inoltre, era impeccabilmente chiaro e preciso e la sua attenzione per i dettagli costante. Queste doti ne facevano un collaboratore e critico ideale per persone come Wiener o McCulloch e soprattutto quest’ultimo ne divenne dipendente: se idee, ragionamenti e affermazioni superavano l’esame di Pitts, potevano essere sicuri che il lavoro non conteneva errori logici o incongruenze e che non erano incorsi in omissioni o negligenze di fondo. In caso contrario Pitts avrebbe rimesso le cose a posto. Per molti di noi sarebbe difficile solo immaginare la quantità e la diversità dei complessi ragionamenti dei quali la sua mente era capace. Egli sapeva anche usare il suo talento logico e matematico per manipolare i simboli e risolvere nuovi e difficili problemi. […] Un giovane genio come Pitts, indifeso e bisognoso di tutto, senza radici, si rivelava vulnerabile nei confronti di chi, a differenza di suo padre, lo stimava, l’ammirava e dipendeva dalle sue straordinarie capacità. […] Gli amici di Pitts, tra i quali Taffy, la figlia di McCulloch, amavano la sua compagnia. Nella sua attività scientifica e intellettuale era scherzoso e inventava ogni sorta di giochi di parole. Gli piaceva fare campeggio con gli amici o da solo. Nel seminterrato della casa di McCulloch mescolava elementi chimici per creare tinture, fuochi d’artificio e medicine. Si esprimeva sempre in modo impersonale e non parlava mai con nessuno della sua famiglia. Era un giovane magro, timido, gentile e non invadente. Una donna con un bambino piccolo che visse per un certo tempo in casa McCulloch, trovò in Walter Pitts un affidabile bambinaio. Il suo viso ricordava per certi tratti quello di una rana. La sua gentilezza nei confronti dei giovani contrastava la secchezza delle sue argomentazioni e il disprezzo per la sciatteria logica degli scienziati sociali. Nel corso degli anni Cinquanta divenne sempre più evidente che non nutriva alcun interesse per la propria carriera, per la necessità di fare pubblicazioni e per qualsiasi genere di titolo accademico o burocratico. Era cittadino di un mondo diverso e più puro. Aveva qualcosa in comune con quella parte dei suoi coetanei che si era proclamata Beat Generation e che fu emarginata dal violento “ritorno alla normalità”, professionale e materiale, seguito alla Seconda guerra mondiale.  Come i beat, passò buona parte del tempo “on the road”. Una volta in compagnia di Oliver Selfridge, si lanciò in un viaggio da Boston a Città del Messico a bordo di un carro funebre Cadillac di seconda mano, fermandosi per un po’, zaino in spalla, sulle montagne del Colorado. Il carro funebre esaurì definitivamente le sue forze a San Antonio, nel Texas. Per gli anziani, tuttavia, la sorpresa maggiore non fu che il ragazzo fosse arrivato in ritardo o che non fosse arrivato affatto, bensì che un costoso apparecchio scientifico che dovevano recapitare a Rosenblueth, l’analizzatore Gibbs, era rimasto bloccato anch’esso a San Antonio. Nel 1955, quando, basandosi solo sulle sue competenze e sul suo lavoro, McCulloch e Jerome Wiesner gli fecero ottenere dal MIT un dottorato – nonostante egli non avesse frequentato un solo corso e non possedesse i necessari requisiti formali – Pitts si rifiutò di firmare il pezzo di carta, unico atto richiestogli per avere il diploma! […] A differenza dei Beat, tuttavia, Pitts non era attratto dalle sensazioni o dai rapporti sentimentali. Il suo ambiente primario era l’universo mentale della scienza e dei simboli matematici. Nonostante la vicinanza e l’affetto per pochi amici con interessi intellettuali affini, si tenne lontano dalla sensualità. La sua paura delle donne, la freddezza, l’incapacità di dare una risposta adeguata alle richieste di rapporto personale avanzate da alcuni partecipanti della Macy, tutto questo lo faceva apparire eccentrico. Verso la fine degli anni Cinquanta si allontanò progressivamente da tutti i suoi amici del MIT divenuti completamente dipendenti da lui e in seguito evitò quasi ogni contatto con loro.

Steve J. Heims “I cibernetici. Un gruppo e un’idea”. Editori Riuniti 1994. (pp.50-52)

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