Il funerale (1953)

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4 giugno 2013 di BkS

Da tutte le vie una marea umana convergeva verso piazza Trubnoj per scendere verso la Casa dei sindacati dove la salma era esposta. Eravamo già decine di migliaia d’uomini, stretti gli uni contro gli altri. La folla era talmente densa che il suo respiro formava una nuvola bianca. In quella fredda giornata di marzo, la neve restava sospesa al di sopra delle nostre teste e si sfilacciava sugli alberi nudi, che parevano piangere anch’essi. Era uno spettacolo fantastico. Gli uomini continuavano ad arrivare da ogni parte, spingendo quelli che erano davanti, come se avessero fretta di raggiungere il cadavere dell’idolo defunto. Sotto la loro spinta, la folla che percorreva lentamente la discesa verso la Casa dei sindacati si trasformò di colpo in un terribile torrente umano. Sentivo che questa onda cieca mi trasportava come un ramoscello rovesciato, impotente, sull’acqua. Mi spingeva verso un grande lampadario. Ebbi anche un’altra impressione: che quella cosa metallica marciasse senza alcuna pietà contro di me.

All’improvviso una bambina cacciò urlo. A dir la verità io non udii il suo grido in mezzo al coro dei lamenti e dei sospiri, ma notai sul suo volto come un’immagine dell’apocalisse. Sentii nel mio corpo il rompersi delle sue ossa fragili e allora, inorridito, chiusi gli occhi per non incrociare gli occhi di quella bambina agonizzante. Quando li riaprii, ero ormai lontano dal lampadario. Come per miracolo, l’onda umana mi aveva portato via. La bambina non c’era più. Era scomparsa nella folla. Al suo posto, un uomo si dibatteva aprendo le braccia come messo in croce e supplicava, ma invano, che lo lasciassero libero. Il torrente mi portava sempre dove voleva. Sentii sotto i piedi qualcosa di molle. Ci volle un attimo per rendermi conto che camminavo sopra il corpo di un uomo. Inorridito, sollevai le gambe e fu così che rimasi sospeso in mezzo alla folla che andava sempre in discesa. Per un po’ non riuscii a mettere i piedi a terra. Poi mi salvò la taglia atletica. I più piccoli venivano soffocati prima ancora di essere schiacciati dalla folla. Ci trovavamo in un’autentica trappola. Alcuni camion militari restringevano la strada e impedivano il nostro passaggio. Il flutto umano si spezzava contro di essi con la violenza di una valanga. «Togliete i camion! Togliete i camion!», urlava la gente, impazzita. «Non posso farci niente. Non ho gli ordini», gridava un giovane ufficiale, biondino, con le lacrime agli occhi, e stava là impalato a guardare lo spettacolo. I bordi del suo camion erano già coperti di sangue, ma uomini e donne continuavano a venire avanti e vi si schiacciavano contro. «Non ho ordini», ripeteva. Di colpo sentii dentro di me esplodere una rabbia selvaggia contro l’incredibile sciocchezza, contro la cecità assoluta che aveva generato quel «Non posso farci niente. Non ho ordini». Per la prima volta nella mia vita, tutta quella rabbia si scaricò su quell’uomo che stavamo andando a sotterrare. In quell’istante mi resi finalmente conto che era Stalin il responsabile, era all’origine di quell’isterico caos pieno di sangue perché aveva inculcato in quegli uomini quella docilità meccanica, quella obbedienza cieca, animale, agli ordini che venivano dall’alto. Non so da che parte mi vennero le forze. La disperazione, talvolta, produce energie sovrumane. Ricordo che mi misi ad urlare con quanta voce avevo nei polmoni: «Fate delle catene! Fate delle catene!», come se volessi, da solo, ristabilire l’ordine nella folla. Nessuno m’ascoltava, nessuno comprendeva quel che io volevo. Allora afferrai le mani dei miei vicini e le attaccai, contro la loro volontà. Presi ad insultarli con le ingiurie più grossolane della lingua russa, quelle che avevo imparato durante la mia spedizione geologica. E il miracolo avvenne. Altri giovani, grandi come me, emersero da non so dove e obbligarono i loro vicini a prendersi per mano e a formare delle catene, le quali potessero frenare la marea. Vedendo che finalmente qualcuno aveva preso a comandare, la folla cominciò a liberarsi dal panico. Cessò di essere puramente animale. «Mettete le donne e i bambini sui camion!», ordinò un giovanotto grande e grosso, all’incirca della mia età. Senza aspettare il consenso degli ufficiali, gli uomini si misero a sollevare donne e bambini e li deposero sulla piattaforma dei camion. Le donne, sempre spaventate, si dibattevano con grida isteriche. Il giovane ufficiale biondino accolse nelle sue braccia una di quelle donne. Per calmarla le coprì il volto, come se volesse cancellarle dagli occhi quell’incubo. La accarezzava maldestramente e pudicamente come un bambino che chiede perdono. La donna ebbe ancora qualche convulsione, poi tacque. Il nostro gruppo di giovani si era trasformato in un autentico servizio d’ordine. Facendoci strada a furia di pugni e ingiurie, ci portammo avanti, là dove la folla continuava a calpestarsi con selvaggio furore. Allora anche i soldati, fino a quel momento passivi, cominciarono ad aiutarci. E fu così che la marea umana ridiventò un corteo funebre. «Tu, compagno!», mi gridò un soldato, «tu sì che dovresti entrare nella milizia. C’è bisogno di uomini come te». «Un giorno mi ricorderò della tua offerta», gli risposi freddamente, e abbandonai la strada percorsa dal corteo. Non avevo più voglia di vedere Stalin. Con uno dei giovani che avevano lottato con me per formare i cordoni, mi diressi verso casa. Per strada comprammo una bottiglia di vodka. Avevamo fretta di berla, per dimenticare. «Allora, hai visto Stalin?», mi domandò mia madre. «Sì, l’ho visto», risposi, mentre bevevo con il mio compagno. Non avevo mentito a mia madre. Quel giorno, effettivamente, avevo visto Stalin. Il caos sanguinante del suo funerale, era lui.

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

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