Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)

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15 febbraio 2014 di BkS

Nel film il “potere” prende le distanze dall’umanità, trasformandola in oggetto e il sesso ha un ruolo fondamentale, un “ruolo metaforico orribile”, come dirà lo stesso Pasolini. Secondo Pasolini “il sesso in questo film, sia pure in modo onirico e stravolto, diventa la metafora di ciò che oggi il potere fa dei corpi”, descrive la “mercificazione dei corpi da parte del potere” rifacendosi al pensiero di Marx. È soprattutto metafora dell’essenza più intima del potere che per Pasolini è fatta di brutalità, violenza, sopraffazione, viltà e totale certezza dell’impunità. Facendo convergere l’intuizione di De Sade sull’attuazione del potere attraverso il controllo del sesso, e l’analisi marxista, Pasolini svela la correlazione fra la dominazione di classe e la sopraffazione sessuale. Constatando ferocemente e lucidamente la malafede di qualsiasi interpretazione tranquillizzante dello specifico caso italiano e della violenza massificante che il regista vi scorge. Un cambiamento epocale che per Pasolini trasforma anche il sesso, fino ad allora da considerare una risorsa giocosa e liberatrice delle classi subalterne, in un orribile obbligo di massa, imposto da una forza invisibile, a cui tutti si adeguano. L’altra metafora oscena del film è quella scatologica: direttamente ripresa da Dante, è un’allegoria dell’ansia di uguaglianza nella degradazione consumistica, e simbolo della perversione capitalistica. E tuttavia valutata con distacco temporale dalla rovente stagione ideologica in cui esso fu concepito, il Salò di Pasolini appare essenzialmente una proiezione di moti dell’animo del poeta stesso. Il tema del rapimento di adolescenti e del successivo “bondage” è uno dei temi più caratteristici della produzione pornografica omosessuale. Il sado-masochismo è una espressione di sessualità estrema alla quale Pasolini stesso, nelle sue avventure notturne nella capitale e dintorni, fu tutt’altro che estraneo. Più che una critica del potere nella sua espressione estrema (la dittatura borghese-fascista) la pellicola appare pertanto una ruvida esteriorizzazione di impulsi latenti e della peculiare oscillazione dell’autore tra Eros e Tanathos (per esprimersi in termini freudiani). La rigorosa collocazione registica dei personaggi nell’inquadratura e la perfezione formale della fotografia negli interni e nei costumi, contrasta, volutamente e in modo netto, con il tema trattato. Fonte: Wikipedia

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