Israele non è il Vietnam (1967)

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27 luglio 2014 di BkS

Scritto di pugno, Moshe Dayan, già ministro della Difesa, analizza la questione mediorientale prima da generale e poi da politico israeliano.

LA GUERRIGLIA è la guerra dei deboli, ma non è una guerra debole. Quale che sia l’esito, per esempio, della lotta che si sta svolgendo attualmente in Vietnam, rimarrà comunque ormai acquisito per sempre il fatto storico che nella decade precedente i vietcong erano riusciti a sconfiggere i francesi. E che ora, con un esercito piccolo, con armi leggere e con un equipaggiamento molto rudimentale, riescono a resistere contro l’esercito occidentale più potente che ci sia al mondo, quello degli Stati Uniti d’America.

La guerriglia non si è dimostrata efficace soltanto in Vietnam. In Algeria, per esempio, l’esercito francese non è stato capace di reprimere la ribellione dell’FIn (Fronte di liberazione nazionale); in Iraq, le forze governative non riescono a costringere alla resa i curdi in rivolta; nello Yemen, ancora prima della vittoria israeliana sugli arabi, i partigiani dell’imam si sono dimostrati in grado di resistere vittoriosamente contro le forze egiziane.

I successi dei guerriglieri, inoltre, non possono essere giudicati soltanto in termini di battaglie vinte. Forse la Seconda guerra mondiale avrebbe avuto assolutamente lo stesso esito, dal punto di vista militare, anche se in Jugoslavia non ci fossero state le bande partigiane o se in Francia non ci fosse stato il Maquis (Macchia) o se in Italia non ci fossero stati i partigiani. Però le forze della Resistenza nei Paesi occupati furono di tremenda importanza psicologica, per la creazione di una volontà di sopravvivenza e di vittoria nel popolo. A lungo andare, l’azione partigiana suscita e rafforza una coscienza nazionale e desta simpatie oltre i confini nazionali. Ovunque pochi combattano contro molti, ovunque il debole attacchi il potente, l’opinione pubblica mondiale è incline a ritenere i pochi idealisti, onesti e meritevoli di aiuto. Ecco perché le forze irregolari tendono sempre a cercare subito l’etichetta di “volontari della libertà” e a combattere una “guerra di liberazione”.

HO UN SOSPETTO. Quando gli storici futuri analizzeranno gli avvenimenti della nostra epoca, troveranno che una delle sciocchezze più frequenti e più costose commesse dai leader politici e militari contemporanei, nei 20 anni successivi alla Seconda guerra mondiale, sarà stata la loro incapacità a rendersi conto della natura e del significato politico e militare della guerriglia. Questo tipo di guerra deve essere combattuta su un particolare tipo di terreno, terreno che offra la possibilità di nascondersi e di nascondere l’equipaggiamento. Ostacoli topografici come montagne, paludi o giungla, che impediscano agli eserciti regolari di fare uso dei loro trasporti motorizzati, sono alleati fedeli del ribelle: ma tuttavia, quando si ha a che fare con una insurrezione nazionale (e non con bande di terroristi), il fattore decisivo è rappresentato dall’elemento umano, piuttosto che dall’ambiente geografico che lo circonda.

Anche se la topografia e la vegetazione sono importanti per il guerrigliero, egli ha bisogno di altre due condizioni: l’amicizia della popolazione e l’appoggio di un Paese sovrano vicino. Senza l’aiuto della popolazione, i partigiani, solitamente, non riescono a nascondersi o a procurarsi il cibo; non possono preparare un attacco; non possono scomparire quando si ritirano. Senza l’appoggio di uno Stato sovrano confinante, che assicuri loro un rifornimento costante di equipaggiamento, armi e munizioni, la loro lotta, inoltre, non potrà durare a lungo.

Nel Medio Oriente non vi sono zone che offrano nascondigli naturali. Le bande terroriste arabe, che prima si chiamavano “fedayn” e che ora si chiamano “al-Fatah”, non possono giovarsi di aree boscose o paludose. Questo non le frenava dall’attaccare Israele, tuttavia, perché esse godevano di due specialissimi vantaggi: la configurazione lunga e stretta del territorio israeliano e il fatto che esso fosse completamente circondato da Stati arabi. In quelle condizioni, i guerriglieri di base nelle terre arabe potevano lanciarsi all’attacco di località israeliane, senza dover rimanere altro che poche ore nel nostro territorio.

La linea politica che si deve tenere nei confronti di una popolazione, che aiuti e appoggi i guerriglieri, deve essere identica a quella che si tiene nei confronti del nemico. La situazione cambia, tuttavia, quando aiuti e basi sono forniti ai partigiani da Stati sovrani esterni. In questo caso non c’è una linea univoca. L’Egitto non ha attaccato l’Arabia Saudita per l’appoggio che dava ai guerriglieri dell’imam yemenita Muhammad al-Badr, né l’Iraq ha attaccato l’Iran, anche quando l’Iran aiutava la ribellione curda. Durante la guerra d’Algeria, i francesi hanno tentato di isolare i contatti esterni degli algerini per mezzo di reticolati con corrente ad alta tensione lungo le frontiere: non hanno preso altre misure che non fossero difensive, se non col bombardamento del villaggio di Saqiyat Sidi Yusuf. Eppure, secondo le informazioni in loro possesso, almeno la metà delle forze dell’Fln erano all’estero: 10mila uomini in Tunisia e altri 3mila in Marocco. Gli americani in Vietnam non stanno soltanto sulla difensiva. Fino a questo momento, non hanno cercato di sbarrare la frontiera con mezzi meccanici, ma hanno preferito ricorrere alla forza, con certe limitazioni, anche oltre le frontiere.

Le truppe americane non attraversano il confine, ma i bombardieri americani sì. Tuttavia la Cambogia, per esempio, che alla stregua del Vietnam del Nord e del Laos è usata come base dai partigiani, non viene bombardata.

ISRAELE, FORSE PIÙ DI OGNI ALTRO PAESE al mondo, s’è invece attenuto al principio che la pace è un bene indivisibile. E che non è concepibile che Paesi confinanti possano inviare commandos e terroristi in territorio israeliano e si illudano di essere lasciati in pace, entro i loro confini. Nelle loro azioni di rappresaglia le truppe israeliane hanno attraversato le frontiere e fatto uso sia di truppe corazzate e di fanterie, sia dell’aviazione. Due obiettivi diametralmente opposti guidano la reazione di un Paese nei confronti delle nazioni vicine, che favoriscano o addirittura organizzino azioni partigiane offensive. Il primo di questi obiettivi è il desiderio di limitare i combattimenti quanto più possibile, in modo da non essere coinvolti in una guerra internazionale. L’altro è la necessità di agire in modo da porre fine una volta per tutte all’appoggio fornito ai partigiani.

Gli Stati Uniti e Israele usano un linguaggio pressoché identico, quando parlano di rappresaglia. La loro formula preferita è la seguente: il prezzo dell’appoggio fornito al nemico deve essere reso talmente alto, che i governi che lo forniscono (quello di Hanoi o quelli dei Paesi arabi) finiscono col non volerlo più pagare. Inoltre, in entrambi i casi, la decisione di dare inizio, continuare o porre termine ai combattimenti viene lasciata alle nazioni confinanti, rispettivamente il Vietnam del Nord e i Paesi arabi.

Fino a poco tempo fa sia gli Stati Uniti sia Israele limitavano tuttavia le loro azioni oltre confine. Per entrambi la conquista e l’occupazione di grandi aree di territorio avversario avrebbe significato la necessità di tenere sul posto guarnigioni di peso considerevole, col risultato di ritrovarsi con una diminuita capacità di attacco militare.

UNA GUERRA, come s’è visto, porta poi con sé il pericolo di una reazione a catena. Ma qui il discorso si fa differenziato. Vi sono diversità fondamentali, per esempio, tra la guerra dei vietcong e le operazioni terroristiche arabe e la guerra che in questi giorni ha portato gli israeliani a Suez. Diversamente dai partigiani vietnamiti, che non lasciano perdere occasione per assalire gli americani, le bande arabe hanno sempre evitato ogni contatto con unità regolari israeliane. Il loro metodo preferito è quello della mina piazzata e lasciata esplodere per conto suo. I partigiani arabi preferiscono le battaglie in cui non è necessario combattere. Ecco perché essi non hanno mai attaccato obiettivi militari o di importanza economica, di solito sempre ben difesi.

Lo scopo dei partigiani vietcong è quello di cacciare lo straniero, gli americani, dal Vietnam, di unire il Sud al Nord, e di abbattere il governo di Saigon. Non si tratta di vuote frasi propagandistiche, ma di fini concreti e genuini, per cui essi sono disposti anche a morire.

Nonostante la loro inferiorità militare, non rallentano mai i loro attacchi contro gli americani, ma anzi li intensificano continuamente. Terrorismo e sabotaggio sono i mezzi per raggiungere uno scopo. La loro teoria strategica è di attaccare gli americani senza tregua, fino al giorno in cui Washington deciderà che le sue perdite sono divenute troppo onerose e si ritirerà dalla battaglia. In vista di questo obiettivo finale essi sono disposti ad affrontare i combattimenti diretti, nonostante si rendano conto che questo tipo di lotta costerà loro gravi perdite.

Adesso io non pretendo di sapere quel che passa nelle menti dei rifugiati palestinesi. Forse loro si immaginano ancora Israele come la Palestina e forse sono ancora legati al loro Paese, così come i vietcong lo sono al Vietnam.

Ma, se è così, i loro sentimenti non trovano manifestazione nei loro atti. Gli uomini di al-Fatah e gli estremisti arabi si sono appropriati senza alcun diritto della frase usata dai vietcong, di “liberatori della patria occupata”. Non c’è alcuna somiglianza tra le loro azioni e la lotta per la vita dei vietcong. Per una guerra partigiana, direzione politica, armi e denaro non bastano. Una guerra partigiana deve essere sorretta da un orgoglio nazionale, da una profonda fede nel proprio senso di missione. Non è una professione o un combattimento come un altro, ma un’espressione concreta e politica della resistenza nazionale. I capi dei vietcong affermano che continueranno a combattere fino alla vittoria finale. “Yankee go home!” non è soltanto uno slogan, per loro, ma è lo scopo di tutta la loro guerra. E gli americani, dopo tutto, hanno un proprio Paese e il fatto che loro truppe siano ora in Vietnam non è una decisione presa per motivi di necessità di sopravvivenza, bensì per motivi politici.

I CAPI ARABI affermano che gli ebrei di Israele sono come gli americani in Vietnam: stranieri, europei che sono riusciti a occupare un Paese arabo, ma che un giorno ne saranno cacciati. La loro sorte, dicono, sarà quella dei crociati, che alla fine vennero cacciati dagli arabi, o quella dei francesi, mandati via dall’Algeria. L’analogia politica e militare non tiene conto di un fattore fondamentale, e cioè che gli ebrei in Israele non sono degli stranieri. Questo non si riferisce soltanto ai sentimenti e ai legami storici che gli ebrei hanno con questa terra. Anche se gli israeliani sono ebrei venuti da altri Paesi, non era a questi Paesi che essi erano legati. La decisione di fare sgombrare i francesi dall’Algeria è stata presa a Parigi e il destino dei crociati venne deciso nelle capitali europee. Ma sono i cittadini di Israele a decidere come affrontare i problemi della sicurezza nazionale che li affliggono, e il loro punto di vista è quello di Gerusalemme, non quello degli ebrei di Londra piuttosto che di New York.

In un futuro eventuale conflitto partigiano tra israeliani e arabi, saranno i partigiani e i soldati arabi a sentirsi stranieri; gli abitanti di Israele sono gli israeliani. L’intera questione della guerra contro Israele, e di come condurla, è decisa al Cairo e a Damasco. La decisione viene presa alla luce degli interessi e della politica dell’Egitto e della Siria, e fa parte della politica estera di questi Paesi, così come la guerra d’Algeria ha fatto parte della politica estera francese o il Vietnam riguarda la politica estera americana.

Il punto chiave sta sempre nella risposta alla duplice domanda: chi combatte e per che cosa? Qui è la chiave di tutto. Qui sta la differenza. I vietcong hanno scelto la guerriglia, come un popolo costretto a questa via perché oppresso nel proprio Paese da forze superiori. Attraverso questa scelta, essi sperano di dimostrare di opporsi a un regime che è stato loro imposto dall’esterno. Nello stesso tempo, puntano a impedire che il governo funzioni in modo efficiente e cercano di rendere le condizioni di vita per le forze straniere talmente difficili, da indurle a ritirarsi.

Gli arabi, invece, tentano di strappare Israele agli ebrei. È uno scopo che, ammesso e non concesso sia raggiungibile, potrebbe essere ottenuto soltanto con una guerra totale, una guerra che gli arabi adesso hanno perso. Eventuali futuri atti di sabotaggio non avranno altro effetto che quello contrario, vale a dire di rafforzare le difese del Paese attaccato. La guerriglia può raggiungere il suo scopo solo quando è usata come strumento di lotta nazionale contro un governo imposto dall’esterno, non contro un popolo già stanziato nella propria terra. Questo è ciò che gli arabi mi hanno insegnato.

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