Cadere dal tempo… (1964)

Lascia un commento

8 aprile 2016 di BkS

Nel giorno in cui nacque Cioran, vi proponiamo un estratto da  ‘La chute dans le temps’, pubblicato da  Gallimard nel ’64.

Per quanto mi aggrappi agli istanti,
gli istanti si sottraggono: non ve n’è
neppure uno che non mi sia ostile, che
non mi ricusi, e non mi significhi il
suo rifiuto di compromettersi con me.
Tutti inabbordabili, essi proclamano
l’uno dopo l’altro il mio isolamento e
la mia disfatta.
Noi possiamo agire soltanto se ci
sentiamo condotti e protetti da loro.
Quando ci abbandonano, manchiamo della
molla indispensabile alla produzione
di un atto, sia esso capitale o
insignificante. Sguarniti, senza
sostegni da nessuna parte, affrontiamo
allora una sventura inusitata: quella
di non aver diritto al tempo.

Io accumulo passato, non cesso di
fabbricarne e di precipitarvi il
presente, senza dargli la possibilità
di esaurire la sua stessa durata.
Vivere significa subire la magia del
possibile; ma quando si scorge nel
possibile stesso un passato a
venire, tutto diventa virtualmente
passato, e non vi è più né presente né
futuro. Ciò che distinguo in ogni
istante è il suo ansito e il suo
rantolo, e non la transizione verso un
altro istante. Elaboro tempo morto, mi
abbandono all’asfissia del divenire.

Gli altri cadono nel tempo; io
invece sono caduto dal tempo.
All’eternità che si ergeva al di sopra
di esso succede quest’altra che si
pone al di sotto, zona sterile dove
non si prova più che un solo
desiderio: reintegrare il tempo,
innalzarsi ad esso a ogni costo,
appropriarsene una particella per
insediarvisi, per darsi l’illusione di
una dimora propria. Ma il tempo è
chiuso, ma il tempo è fuori portata: e
proprio dell’impossibilità di
penetrarvi è fatta questa eternità
negativa, questa cattiva eternità.

Il tempo si è ritirato dal mio
sangue; si sostenevano l’un l’altro e
scorrevano di concerto; ora che sono
rappresi, c’è da stupirsi che più
nulla divenga? Essi soltanto, se si
rimettessero in movimento, potrebbero
ricollocarmi tra i vivi e cacciarmi da
questa sottoeternità in cui marcisco.
Ma non vogliono e non possono.
Qualcuno deve aver gettato loro il
malocchio: non si muoveranno più, sono
di ghiaccio. Nessun istante è in grado
di insinuarsi nelle mie vene. Un
sangue polare per secoli!
Tutto ciò che respira, tutto ciò che
ha colore di essere, svanisce
nell’immemoriale. Ho davvero gustato
un tempo la linfa delle cose? Che
sapore aveva? Adesso mi è
inaccessibile – e insipida. Sazietà
per difetto.

Se non sento il tempo, se nessuno
ne è più distante di me, in compenso
lo conosco, lo osservo senza posa:
esso occupa il centro della mia
coscienza. Come credere che il suo
stesso autore vi abbia pensato e vi
abbia riflettuto altrettanto? Se è
vero che lo ha creato, Dio non può
conoscerlo in profondità, perché non
rientra nelle sue abitudini farne
l’oggetto delle sue rimuginazioni. Ma
io, ne sono certo, fui estromesso dal
tempo al solo scopo di farne la
materia delle mie ossessioni. A dire
il vero, io mi identifico con la
nostalgia che esso mi ispira.
Supponendo che una volta io vivessi
nel tempo, che cos’era e in che modo
rappresentarmene la natura? L’epoca in
cui mi era familiare mi è estranea, ha
disertato la mia memoria, non
appartiene più alla mia vita. E credo
addirittura che mi sarebbe più agevole
radicarmi nella vera eternità che
reinsediarmi in esso. Pietà per colui
che fu nel Tempo e non potrà mai più
esservi!
(Decadenza inaudita: come ho potuto
invaghirmi del tempo, quando ho sempre
concepito la mia salvezza al di fuori
di esso, così come sempre sono vissuto
con la certezza che stava per esaurire
le sue ultime riserve e che, roso dal
di dentro, colpito nella sua essenza,
mancava di durata?).

Se ci sediamo sulla riva degli
istanti per contemplarne il passaggio,
finiamo col non distinguervi altro che
una successione senza contenuto, tempo
che ha perduto la sua sostanza, tempo
astratto, varietà del nostro vuoto. Un
altro passo e, di astrazione in
astrazione, esso si assottiglia per
colpa nostra e si dissolve in
temporalità, in ombra di se stesso.
Tocca a noi ora ridargli vita e
adottare nei suoi confronti un
atteggiamento chiaro, privo di
ambiguità. Come riuscirci, quando esso
ispira sentimenti inconciliabili, un
parossismo di ripulsa e di
fascinazione?
I modi equivoci del tempo si
ritrovano in tutti coloro che ne fanno
la loro preoccupazione principale e
che, voltando le spalle a ciò che
contiene di positivo, fisseranno
l’attenzione sui suoi lati dubbi,
sulla confusione che esso realizza in
sé tra l’essere e il non essere, sulla
sua sfrontatezza e sulla sua
versatilità, sui suoi aspetti loschi,
il suo doppio gioco, la sua innata
insincerità. Un ipocrita su scala
metafisica. Più lo si esamina e più lo
si assimila a un simulatore, che non
si cessa di sospettare e che si
vorrebbe smascherare. E del quale si
finisce per subire l’ascendente e
l’attrazione. Di qui all’idolatria e
alla schiavitù non c’è che un passo.

Ho desiderato troppo il tempo per
non falsarne la natura, l’ho isolato
dal mondo, ne ho fatto una realtà
indipendente da ogni altra, un
universo solitario, un succedaneo
dell’assoluto: operazione singolare
che lo distacca da tutto ciò che esso
presuppone e da tutto ciò che porta
con sé – metamorfosi della comparsa in
protagonista, promozione abusiva e
inevitabile. Che sia riuscito a
obnubilarmi, non posso negarlo. Esso
non ha tuttavia previsto che un giorno
sarei passato, nei suoi confronti,
dall’ossessione alla lucidità, con
tutto quello che ciò implica di
minaccioso per lui.
è così fatto che non resiste
all’insistenza con cui lo spirito lo
sonda. Il suo spessore scompare, la
sua trama si sfilaccia, e non ne
restano che brandelli di cui
l’analista deve accontentarsi. Questo
avviene perché non è fatto per essere
conosciuto, ma vissuto; scrutarlo,
frugarlo, significa avvilirlo,
trasformarlo in oggetto. Chi vi si
dedica finirà col trattare a questo
modo il suo stesso io. Poiché ogni
forma di analisi è una profanazione,
sarebbe indecente praticarla. A mano a
mano che, per rovistarli, scendiamo
nei nostri segreti, passiamo
dall’imbarazzo al malessere e dal
malessere all’orrore. La conoscenza di
sé si paga sempre troppo cara. Come
d’altronde la conoscenza in genere.
Quando l’uomo ne avrà raggiunto il
fondo, non accetterà più di vivere. In
un universo spiegato, nulla potrebbe
avere ancora un senso, tranne la
follia. Una cosa che sia stata
sviscerata in profondità perde ogni
importanza. è come quando si sia
conosciuto a fondo qualcuno: la cosa
migliore per lui è che scompaia. Non è
tanto per reazione di difesa quanto
per pudore, per desiderio di
nascondere la loro irrealtà, che i
vivi portano tutti una maschera.
Strappargliela significa perderli e
perdersi. Decisamente, non è bello
indugiare sotto l’Albero della
Conoscenza.
Vi è qualcosa di sacro in ogni
essere che non sa di esistere, in ogni
forma di vita indenne da coscienza.
Colui che non ha mai invidiato il
vegetale ha solo sfiorato il dramma
umano.

Poiché ho troppo denigrato il tempo,
il tempo si vendica: mi mette nella
posizione del postulante, mi obbliga a
rimpiangerlo. Come ho potuto
equipararlo all’inferno? L’inferno è
quel presente che non si muove, quella
tensione nella monotonia,
quell’eternità rovesciata che non si
apre su niente, nemmeno sulla morte,
mentre il tempo, che scorreva, che si
svolgeva, offriva almeno la
consolazione di un’attesa, sia pure
funebre. Ma che cosa attendersi qui,
al limite inferiore della caduta, dove
non c’è modo di precipitare
ulteriormente, dove viene meno perfino
la speranza di un altro abisso? E che
cosa attendersi ancora da quei mali
che ci insidiano, che si annunciano
senza posa, che soli danno
l’impressione di esistere ed
effettivamente sono i soli a esistere?
Se si può ricominciare tutto partendo
dalla frenesia, che rappresenta un
sussulto di vita, una virtualità di
luce, altro invece è il caso di questa
desolazione subtemporale,
annichilimento a piccole dosi,
sprofondamento in una ripetizione
senza uscita, demoralizzante e opaca,
da cui non si può emergere se non col
favore, appunto, della frenesia.
Quando l’eterno presente cessa di
essere il tempo di Dio per diventare
quello del Diavolo, tutto si guasta,
tutto diventa rimuginazione
dell’intollerabile, tutto precipita in
questo baratro dove si aspetta invano
l’epilogo, dove si marcisce
nell’immortalità. Colui che vi cade si
gira e si rigira, si agita senza
risultato e non produce niente. Ecco
perché ogni forma di sterilità e di
impotenza partecipa dell’inferno.

Non ci si può credere liberi quando
ci si ritrova sempre con se stessi,
davanti a sé, davanti al medesimo.
Questa identità, al tempo stesso
fatalità e incubo, ci incatena alle
nostre tare, ci trascina indietro, e
ci respinge fuori del nuovo, fuori del
tempo. E quando se ne è respinti
fuori, ci si ricorda dell’avvenire,
si è smesso di corrergli incontro.
Per quanto sicuri siamo di non
essere liberi, vi sono certezze alle
quali ci rassegniamo difficilmente.
Come agire, sapendo di essere
determinati, come volere, ridotti alla
condizione di automi? Nei nostri
atti, e soltanto in essi, esiste per
fortuna un margine di
indeterminatezza: io posso rinviare la
decisione di fare questa o quell’altra
cosa; in compenso mi è impossibile
essere diverso da quello che sono. Se,
in superficie, ho una certa ampiezza
di manovra, in profondità tutto è
deciso per sempre. Della libertà, è
reale solo il miraggio; senza questo,
la vita non sarebbe praticabile, e
neppure concepibile. Quello che ci
spinge a crederci liberi è la
coscienza che abbiamo della necessità
in generale e dei nostri impedimenti
in particolare; coscienza implica
distanza, e ogni distanza suscita in
noi un sentimento di autonomia e di
superiorità, il quale, va da sé, non
comporta che un valore soggettivo.
Come potrebbe la coscienza della morte
renderne più sopportabile l’idea o
ritardarne la venuta? Sapere che si è
mortali significa in realtà morire due
volte, anzi, tutte le volte che si sa
di dover morire.
La cosa bella della libertà è che ci
si affeziona ad essa proprio in quanto
sembra impossibile. La cosa ancora più
bella è che si sia potuto negarla e
che questa negazione abbia costituito
la grande risorsa e il fondamento di
molte religioni, di molte civiltà. Non
potremo mai abbastanza lodare
l’Antichità per aver creduto che i
nostri destini fossero scritti negli
astri, che non vi fosse traccia di
improvvisazione o di casualità nelle
nostre gioie o nelle nostre sventure.
Per non aver saputo opporre a una così
nobile «superstizione» nient’altro che
le «leggi dell’ereditarietà», la
nostra scienza si è squalificata per
sempre. Avevamo ciascuno la nostra
«stella»; ed eccoci schiavi di una
chimica odiosa. è la degradazione
ultima dell’idea di destino.

Non è affatto improbabile che una
crisi individuale diventi un giorno la
crisi di tutti e acquisti così un
significato non più psicologico, ma
storico. Non si tratta di una semplice
ipotesi; vi sono segni che bisogna
abituarsi a leggere.
Dopo aver sciupato l’eternità vera,
l’uomo è caduto nel tempo, dove è
riuscito, se non a prosperare, per lo
meno a vivere: la cosa certa è che vi
si è adattato. Il processo di questa
caduta e di questo adattamento si
chiama Storia.
Ma ecco che lo minaccia un’altra
caduta, di cui è ancora difficile
valutare l’entità. Questa volta non si
tratterà più per lui di cadere
dall’eternità, ma dal tempo; e cadere
dal tempo significa cadere dalla
storia; significa, una volta sospeso
il divenire, arenarsi nell’inerzia e
nel languore, nell’assoluto della
stagnazione, dove il verbo stesso si
arena, non potendo sollevarsi fino
alla bestemmia o all’implorazione.
Imminente o no, questa caduta è
possibile, anzi inevitabile. Quando
toccherà in sorte all’uomo, egli
cesserà di essere un animale storico.
Allora, avendo perduto finanche il
ricordo della vera eternità, della sua
prima felicità, egli volgerà lo
sguardo altrove, verso l’universo
temporale, verso quel secondo paradiso
da cui sarà stato bandito.

Finché rimaniamo all’interno del
tempo, abbiamo dei simili con i quali
intendiamo rivaleggiare; non appena
cessiamo di esservi, tutto ciò che
essi fanno e tutto ciò che possono
pensare di noi non ci importa più
tanto, perché siamo così distaccati da
loro e da noi stessi che produrre
un’opera o anche solo pensarvi ci
sembra ozioso o strampalato.
L’insensibilità al proprio destino
appartiene a colui che è decaduto dal
tempo e che, via via che questa
decadenza si accentua, diviene
incapace di manifestarsi o di voler
anche solo lasciare una traccia. Il
tempo, bisogna pur convenirne,
costituisce il nostro elemento vitale;
quando ne siamo spossessati, ci
troviamo senza appoggio, in piena
irrealtà o in pieno inferno. O in
entrambi contemporaneamente: nella
noia, nostalgia inappagata del tempo,
impossibilità di riafferrarlo e di
inserirvisi, frustrazione di vederlo
scorrere lassù, al di sopra delle
nostre miserie. Aver perduto insieme
l’eternità e il tempo! La noia è la
rimuginazione di questa duplice
perdita. Vale a dire lo stato normale,
il modo di sentire ufficiale di
un’umanità finalmente espulsa dalla
storia.

L’uomo insorge contro gli dèi e li
rinnega, pur riconoscendo loro qualità
di fantasmi; quando sarà proiettato al
di sotto del tempo, si troverà lontano
da loro a tal punto che non ne serberà
nemmeno l’idea. E come punizione di
quest’oblio esperirà allora la
completa decadenza.
Colui che vuole essere più di quello
che è riuscirà solo a essere meno.
Allo squilibrio della tensione
succederà, presto o tardi, quello del
rilassamento e dell’abbandono. Una
volta posta tale simmetria, bisogna
andare oltre e riconoscere che c’è del
mistero nella decadenza. Il decaduto
non ha niente a che vedere con il
fallito, e fa piuttosto pensare alla
vittima di una forza soprannaturale,
come se una potenza malefica si fosse
accanita contro di lui e avesse preso
possesso delle sue facoltà.
Lo spettacolo della decadenza
prevale su quello della morte: tutti
gli esseri muoiono; soltanto l’uomo è
chiamato a decadere. Egli è in bilico
rispetto alla vita (come la vita, del
resto, lo è rispetto alla materia).
Più si allontana da essa, sia
innalzandosi sia cadendo, più si
avvicina alla propria rovina. Che
giunga a trasfigurarsi o a sfigurarsi,
in entrambi i casi erra. E bisogna
anche aggiungere che tale errore, egli
non può evitarlo senza eludere il suo
destino.

Volere significa mantenersi a ogni
costo in uno stato di esasperazione e
di frenesia. Lo sforzo è estenuante, e
non è detto che l’uomo possa sempre
sostenerlo. Credere che sia suo
compito superare la propria condizione
e orientarsi verso quella di superuomo
vuol dire dimenticare che egli già
fatica a reggere come uomo, e che
non ci riesce se non sforzandosi di
tendere al massimo la sua volontà, la
sua molla. Ora, la volontà, che
contiene un principio sospetto e
persino funesto, si ritorce contro
quelli che ne abusano. Non è naturale
volere o, più esattamente,
bisognerebbe volere solo quanto basta
per vivere; non appena si vuole un po’
di più o un po’ di meno, prima o poi
ci si deteriora e si finisce per
precipitare. Se la mancanza di volontà
è una malattia, anche la volontà lo è,
e ancora peggiore: proprio da essa,
dai suoi eccessi piuttosto che dai
suoi cedimenti, derivano tutte le
calamità dell’uomo. Ma se egli già
vuole troppo nello stato in cui è, che
ne sarebbe di lui se accedesse al
rango di superuomo? Certamente
esploderebbe e crollerebbe su se
stesso. E allora, con una diversione
grandiosa, egli verrebbe a cadere dal
tempo per entrare nell’eternità
inferiore, termine ineluttabile al
quale non è molto importante, in fin
dei conti, che arrivi per la via del
logoramento o del disastro.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: